Abbiamo chiesto ai cittadini di OpinionCity di darci il loro parere sulla moda “usa e getta”, la cosiddetta Fast Fashion che invade mercati e negozi con articoli a basso costo ma sta soffocando il mondo con rifiuti tessili altamente inquinanti e difficili da smaltire.  

I cittadini di OpinionCity, sempre attenti ai temi della sostenibilità ambientale, sono disposti a dare il loro contributo per il benessere del Pianeta, modificando il loro approccio al mondo della moda? 

Con 1.645 voti, i nostri cittadini si sono espressi così: 

SI    86% 

NO 14% 

La situazione attuale 

La fast fashion domina da alcuni anni il mercato della moda grazie alla sua capacità di offrire capi a basso costo e sempre al passo con le ultime tendenze, ma con un ciclo di vita brevissimo.  

The debutto dei primi brand che si possono definire Fast fashion va collocato intorno agli anni ’70, quando nascono marchi come Zara, H&M, GAP, Topshop, Primark, OVS e Benetton. Gli anni 90 e 2000 sono stati il momento d’oro per i colossi del Fast fashion con una vera e propria diffusione globale e capillare. Il loro successo è correlato alla capacità di intercettare alcune tendenze, soddisfacendo le aspettative dei clienti con un approccio completamente nuovo: quello di rendere la moda accessibile a tutti, replicando a poche decine di euro i capi appena visti sulle più importanti passerelle con prezzi da capogiro. 

Ma non è solo questione di prezzo: la moda è diventata, per così dire, “istantanea”, con collezioni che si susseguono con ritmi sempre più serrati, inducendo il consumatore ad uno shopping compulsivo e spesso poco consapevole. I capi sono progettati per durare meno della metà di quanto duravano vent’anni fa, il che significa che il consumatore ne compra più del doppio, anche in virtù del prezzo basso, anzi bassissimo!  

L’impatto ambientale e lo sfruttamento dei lavoratori 

Tuttavia, questa industria ha un impatto ambientale enorme: si stima che ogni anno vengano prodotte oltre 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili e che il settore contribuisca per il 10% alle emissioni globali di CO₂. L’impatto ambientale del fast fashion è ormai sotto gli occhi di tutti. La produzione di capi a basso prezzo avviene spesso in condizioni di sfruttamento dei lavoratori e con un elevato consumo di risorse naturali. Inoltre, i capi di abbigliamento usa e getta finiscono spesso nelle discariche o negli inceneritori, rilasciando sostanze inquinanti nell’ambiente. 

Secondo un rapporto della Ellen MacArthur Foundation datato 2024, il riciclo dei vecchi abiti coinvolge solamente l’1% del totale. Come conseguenza di ciò, in varie parti del mondo intere città (ad esempio Accra in Ghana) o aree geografiche molto sensibili ai cambiamenti climatici (come il deserto di Atacama in Cile) vengono utilizzate come vere e proprie maxi-pattumiere. 

Inoltre, i cicli di produzione rapidi spesso sfruttano manodopera a basso costo, sollevando anche importanti questioni etiche. L’opportunità di acquistare online questo tipo di abbigliamento favorisce enormemente il dilagare della moda di facile consumo. 

Gli italiani e la fast fashion 

Ma come si posizionano i consumatori italiani di fronte a questa realtà? Vediamolo insieme. Anche in Italia, si tratta di un fenomeno in crescita. I dati parlano chiaro: secondo una ricerca di Confcommercio, nel 2023 il 65% degli italiani ha acquistato almeno un capo di abbigliamento da un sito di fast fashion, con una spesa media di 50 euro a persona. Tra i prodotti più gettonati troviamo T-shirts, jeans, abiti e accessori come borse, scarpe, cappelli e bijoux. Si tratta di prodotti di scarsa qualità, destinati a durare poco nel tempo. 

Infatti, la Fast fashion non è “veloce” solo nella filiera produttiva ma in tutto il suo ciclo di vita. Un capo di abbigliamento del Fast fashion è da considerarsi vecchio già qualche mese dopo essere stato acquistato e il suo prezzo non può che essere rapportato a questo ciclo di vita molto breve.  Questi dati, però, non fanno altro che spingere il consumatore ad acquistare ancora! 

Un cambiamento possibile? 

Indubbiamente, non è facile invertire la tendenza, ma si comincia a registrare tra i consumatori qualche segnale positivo. Un’inchiesta svolta recentemente ha rilevato quanto segue: 

•Consapevolezza ambientale: Un incoraggiante 75% dei partecipanti è consapevole dell’impatto negativo della fast fashion sul pianeta. Questo dato conferma che la sensibilità verso temi ambientali sta crescendo.  

•Pronti al cambiamento? Circa il 62% dichiara di essere disposto a ridurre i propri acquisti di capi di fast fashion, preferendo alternative più sostenibili, come abbigliamento di seconda mano o capi realizzati in modo etico. 

•Ostacoli principali: Tra chi trova difficile rinunciare alla fast fashion, il 38% sottolinea il problema dei costi elevati della moda sostenibile, mentre il 25% menziona la difficoltà di trovare alternative facilmente accessibili. 

I risultati ci raccontano una storia di cambiamento possibile: molti consumatori, tra cui i nostri cittadini di OpinionCity, sono pronti a fare scelte più responsabili, anche se la strada verso un consumo consapevole è ancora lunga. La moda sostenibile deve diventare più accessibile, sia economicamente che a livello di disponibilità sul mercato. 

E tu cosa ne pensi? 

  • Se pronto/a  a chiederti, prima di fare un acquisto, se hai una reale necessità di quel capo o è solo il desiderio di avere sempre qualcosa di nuovo che ti spinge ad acquistare? 
  • Sei disposto/a ad informarti sulla qualità dei tessuti e dei coloranti utilizzati? 
  • Ti interessa approfondire le condizioni di lavoro di chi produce quello che indossi? 

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