Ecco i risultati dell’ inchiesta di Giugno : “Saresti disposto a spendere di più per vestire ecofriendly?”

ecofriendly

Oltre 2100 cittadini di OpinionCity hanno ritenuto giusto intervenire nel sondaggio della nostra nuova campagna sullo sviluppo sostenibile. I nostri cittadini si esprimono così

SI 79%

NO 21%

Di che panni vesti?

Ancora un appuntamento della campagna di comunicazione di OpinionCity “Non chiederti cosa può fare il mondo per te, ma cosa puoi fare tu per il mondo”. La nostra community intende così confermare il proprio impegno nel diffondere il rispetto per l’ambiente in cui viviamo. Esaminiamo quindi insieme quali sono i comportamenti corretti da seguire, perché, è bene ricordarlo, non dobbiamo chiederci cosa possa fare il mondo per noi, ma cosa possiamo fare noi per il mondo. Unisciti a noi!

Stavolta parliamo dei tessuti che compongono i nostri abiti e di quanto incidono sull’inquinamento ambientale. Riflettiamo un attimo: siamo sempre più portati a rinnovare il nostro guardaroba ad ogni cambio di stagione, perché il nostro fisico si modifica, perché la moda cambia e l’offerta nel campo dell’abbigliamento è praticamente smisurata e molto accattivante. Quante tonnellate di abiti vengono eliminati nell’ambiente ogni giorno? Secondo alcune ricerche, sembra che ogni secondo che passa venga buttato via l’equivalente di un camion carico di vestiti, che finiscono in discarica o bruciati.

Inoltre, siamo portati a lavare i nostri capi con una frequenza che cinquant’anni fa era assolutamente impensabile: ebbene, anche questa che a prima vista può sembrare un’operazione di igiene, in realtà si traduce in una fonte di inquinamento e non soltanto per il consumo di acqua e di detersivi. Sì, sono proprio i nostri abiti all’origine di un drammatico inquinamento da microplastiche. A ogni lavaggio, rilasciano una grande quantità di minuscole fibre singolarmente invisibili e praticamente indistruttibili che prima o poi finiscono in mare. L’industria dell’abbigliamento ha un peso notevole sull’ambiente: inquina, consuma fiumi d’acqua e divora petrolio.

Le fibre di plastica, come poliestere, acrilico e poliammide, vengono “erose” attraverso i lavaggi in lavatrice e poi drenati nei sistemi idrici. Si stima che ogni singolo indumento, a ogni singolo lavaggio, rilasci fino a 1.900 fibre sintetiche. che ormai arrivano a rappresentare il 35 per cento di tutte le microplastiche in acqua.

Fibre naturali, artificiali e sintetiche

Forse è il caso di fare un po’ di chiarezza sui tipi di fibre che possono comporre i nostri abiti in modo che possiamo leggere e comprendere meglio le etichette e quindi orientarci consapevolmente nelle nostre scelte.

I tessuti naturali, di origine vegetale come il lino, il cotone, la canapa, o di origine animale come la lana, la seta, il cachemire, l’alpaca, sono i più antichi del mondo ed offrono una serie di vantaggi: le fibre sono morbide e traspiranti, non richiedono l’impiego di processi chimici nella lavorazione, consentono di realizzare capi contemporaneamente caldi e leggeri, e sono biodegradabili. Particolarmente interessanti sono i tessuti vegetali biologici che vengono prodotti attraverso una filiera interamente controllata (nessun trattamento chimico aggressivo): in questo modo risultano freschi, traspiranti e assolutamente anallergici. Per contro, hanno dei costi di produzione e lavorazione piuttosto elevati.

Le fibre artificiali, come il rayon e la viscosa, sono prodotte partendo da materie prime naturali rinnovabili (polpa di cellulosa ottenuta dal legno, dalla paglia o anche dal cotone), ma che subiscono comunque numerosi processi chimici per ottenere il filato. Le sostanze impiegate per la lavorazione sono spesso tossiche e vengono riversate nelle acque con un impatto molto negativo sull’ambiente. I tessuti realizzati con fibre artificiali hanno il vantaggio di essere resistenti e non troppo costosi, ma c’è il rischio che le sostanze chimiche utilizzate per la lavorazione possano essere assorbite dalla nostra pelle causando allergie.

Le fibre sintetiche,come il nylon, il poliestere, l’elastan, il pile, l’acrilico e il goretex, sono fibre prodotte industrialmente usando sostanze che di solito provengono dall’industria petrolchimica. Sia per l’utilizzo del petrolio come materia prima, sia per i trattamenti chimici che vengono effettuati durante la lavorazione del prodotto, queste fibre sono altamente dannose per l’ambiente. I vantaggi sono naturalmente rappresentati dai bassi costi di produzione, ma gli svantaggi sono tanti: le fibre sintetiche non sono biodegradabili, sono infiammabili, non sono traspiranti e quindi facilitano la proliferazione di funghi e batteri e sono spesso causa di allergie.

Le soluzioni vengono dalla natura

Ma l’onda “green” prova a scuotere anche il mercato dell’abbigliamento e sono sempre più numerosi i marchi che cominciano ad utilizzare prodotti naturali e lavorati con procedure ecofriendly.

Accanto al cotone e al lino di produzione biologica, si cominciano a vedere con sempre maggior frequenza abiti di fibra di bamboo, morbidi e confortevoli come la seta, ma anche realizzati con materiali insoliti e innovativi come il cocco, l’ananas, la ginestra. Molto interessante l’idea di un marchio di abbigliamento femminile di produrre tessili a partire dai residui di lavorazione di vino e birra.

C’è chi prova a produrre una “seta artificiale” più elastica e resistente all’acqua della seta naturale, utilizzando zucchero, acqua e lievito geneticamente modificato. Ci sono poi aziende che sperimentano la produzione di fibre da proteine del latte, e chi fa tessili dagli scarti degli agrumi…

Tutte splendide ricerche ed esperienze, ma con molta strada da fare prima di poter rappresentare una vera alternativa commerciale alle fibre sintetiche, “forti” di decenni di sviluppo tecnologico e di esasperata ottimizzazione dei sistemi di produzione.

Riciclare si può

Altro esperimento interessante è quello del riciclo che consente di dare nuova vita agli abiti usati. Ci sono tessuti che possono essere riutilizzati così come sono o riciclati all’interno di un nuovo ciclo produttivo. Tra i più diffusi troviamo la lana rigenerata partendo da vecchi indumenti o residui tessili, e il cotone riciclato che però ha una qualità inferiore rispetto a quello originale.

Quella del riciclo è un’ottima soluzione anche per ridurre i rifiuti di tessuti sintetici che non sono biodegradabili. I materiali di origine fossile riciclati per via chimica conservano più o meno la stessa qualità a prescindere da quante volte sono stati ripristinati.

E tu cosa ne pensi?

  • Saresti disposto a spendere qualcosa in più per privilegiare l’acquisto di abbigliamento ecosostenibile?

  • Pensi che sia utile/necessario imparare a leggere le etichette dei nostri abiti per operare scelte consapevoli?

  • Quali suggerimenti ti sentiresti di dare per diffondere la conoscenza sulle diverse fibre tessili tra i consumatori?

Hai trovato interessante questo articolo?

Puoi condividerlo con i tuoi amici oppure lasciare un commento in basso. La tua opinione ci interessa molto. Continua ad andare alla scoperta delle notizie sulla nostra “city” attraverso le diverse sezioni del nostro blog ed agli articoli che abbiamo pubblicato.

Sei già iscritto ad OpinionCity?

Se non sei ancora iscritto puoi farlo gratuitamente oppure puoi presentarci un amico. Parteciperai così ai nostri test di prodotto e potrai darci la tua opinione sui prodotti che consumi ogni giorno, aiutando così le aziende a renderli sempre più adatti a soddisfare i gusti e le esigenze dei consumatori.

Ecco i risultati dell’ inchiesta di Giugno : “Saresti disposto a spendere di più per vestire ecofriendly?” ultima modifica: 2019-06-19T09:30:55+02:00 da Marcello De Stefano

9 commenti a “Ecco i risultati dell’ inchiesta di Giugno : “Saresti disposto a spendere di più per vestire ecofriendly?””

Rispondi o commenta

Il tuo indirizzo e-mail non verrà pubblicato.